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Carissimi HONOR FANS, sapevate che vi sono continue lotte che si svolgono nello sconfinato campo di battaglia che è la mente umana? Ma quale è più lunga e dolorosa di quella combattuta fra il genio e la malattia? La genialità è un impulso ad essere, a creare, a superare i propri limiti,e la malattia debilita profondamente i mezzi dei quali l’artista dispone. Un’incarnazione di questo conflitto lo si può certamente trovare nel grande e talentuoso spirito di VIRGINIA WOOLF.
Nasce a Londra il 25 Gennaio del 1882, cresce in una famiglia ricca di cultura, ma bigotta che le impedì di frequentare la scuola e di avere un confronto con gli altri,
lei stessa scrive: "Ero intelligente, stupida, bella, brutta, passionale, fredda? In parte perché non potei mai andare a scuola o competere coi miei coetanei, non fui in grado di confrontare i miei difetti e i miei pregi con gli altri”. Di questa sofferenza non riuscì mai a liberarsi e fu solo il preludio del vero dolore. All’età di tredici anni, perse infatti la madre, e nell’arco di pochi anni la sorellastra Stella, alla quale era profondamente legata e infine il padre nel 1904.
Proprio in questo periodo si verificò il primo importante crollo nervoso, che la porterà, qualche anno dopo, al primo tentativo di suicidio. Ma la vita di Virginia non fu la vita di una vittima, bensì quella di una donna combattiva che non aveva intenzione di arrendersi davanti alla crudeltà del destino. Tentò così di ricominciare, e insieme ai fratelli e ad un ristretto gruppo di amici, diede vita a quello che divenne il cuore pulsante della cultura inglese del tempo, il “Bloomsbory group”.
Ma anche questa gioia fu brutalmente strappata a Virginia e alla sua famiglia quando, nel 1906, l’amato fratello Toby morì di tifo. Distrutta dalla perdita di un’altra persona amata, Virginia cercò con tutte le sue forze di aggrapparsi ai pochi affetti rimastale, soprattutto alla sorella Vanessa, la quale, poco tempo dopo, si sposò con un caro amico di Toby, Clive Bell,lasciandola in un profondo stato di abbandono. Nemmeno il matrimonio, nel 1912, con quello che sarà il grande amore della sua vita, Leonard Woolf, riuscì a darle la pace che tanto agognava.
Una mente geniale iniziava così la sua strenua lotta contro la follia. Sentiva voci, voci maschili che la deridevano e la umiliavano. Perdeva il controllo e la cognizione del tempo. Compiva atti violenti contro le persone che amava. E tremava nel buio di una stanza in compagnia della sua solitudine. “Ho la sensazione di impazzire. Non posso più andare avanti in questi tempi terribili. Non devo guarire questa volta. Ascolto delle voci e non posso concentrarmi sul mio lavoro. Ho combattuto contro ciò ma non posso combattere più”. Solo quel foglio bianco e il nero inchiostro facevano filtrare un raggio di luce in quella profonda oscurità. Una spirale di fumo usciva dalla sua sigaretta, la penna fra le sua mani fremeva di impazienza, e poi le parole scorrevano. “Non c’è cancello, nessuna serratura, nessun bullone che potete regolare sulla libertà della mia mente”.
Per Virginia Woolf i libri erano dei figli e scrivere era la cosa più importante in assoluto. I personaggi delle sue storie prendevano vita dall’inchiostro, popolavano le sue giornate e i suoi tormenti interiori; viveva le storie, prima ancora di scriverle; e scriveva e riscriveva continuamente i suoi romanzi fino all’esaurimento nervoso che la portò al suicidio. Furono proprio quelle crisi, quelle sofferenze d'animo, che fecero di lei una delle più grandi scrittrici del Novecento.
L'ARTE HA UN PREZZO, forse. LA FOLLIA fu compagna e preziosa confidente nella vita di questa artista.
Il 28 marzo 1941 Virginia Woolf, afflitta da tempo da depressione e allucinazioni, si riempì le tasche di sassi e si lasciò annegare nel fiume Ouse.

#HONORFANS #HONORFAMILY #HONOR #AERTE&CULTURA
#ILOVEART #SCRITTURA #LETTERATURA #VIRGINIAWOOLF
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Carissimi HONOR FANS, sapevate che vi sono continue lotte che si svolgono nello sconfinato campo di battaglia che è la mente umana? Ma quale è più lunga e dolorosa di quella combattuta fra il genio e la malattia? La genialità è un impulso ad essere, a creare, a superare i propri limiti,e la malattia debilita profondamente i mezzi dei quali l’artista dispone. Un’incarnazione di questo conflitto lo si può certamente trovare nel grande e talentuoso spirito di VIRGINIA WOOLF.
Nasce a Londra il 25 Gennaio del 1882, cresce in una famiglia ricca di cultura, ma bigotta che le impedì di frequentare la scuola e di avere un confronto con gli altri,
lei stessa scrive: "Ero intelligente, stupida, bella, brutta, passionale, fredda? In parte perché non potei mai andare a scuola o competere coi miei coetanei, non fui in grado di confrontare i miei difetti e i miei pregi con gli altri”. Di questa sofferenza non riuscì mai a liberarsi e fu solo il preludio del vero dolore. All’età di tredici anni, perse infatti la madre, e nell’arco di pochi anni la sorellastra Stella, alla quale era profondamente legata e infine il padre nel 1904.
Proprio in questo periodo si verificò il primo importante crollo nervoso, che la porterà, qualche anno dopo, al primo tentativo di suicidio. Ma la vita di Virginia non fu la vita di una vittima, bensì quella di una donna combattiva che non aveva intenzione di arrendersi davanti alla crudeltà del destino. Tentò così di ricominciare, e insieme ai fratelli e ad un ristretto gruppo di amici, diede vita a quello che divenne il cuore pulsante della cultura inglese del tempo, il “Bloomsbory group”.
Ma anche questa gioia fu brutalmente strappata a Virginia e alla sua famiglia quando, nel 1906, l’amato fratello Toby morì di tifo. Distrutta dalla perdita di un’altra persona amata, Virginia cercò con tutte le sue forze di aggrapparsi ai pochi affetti rimastale, soprattutto alla sorella Vanessa, la quale, poco tempo dopo, si sposò con un caro amico di Toby, Clive Bell,lasciandola in un profondo stato di abbandono. Nemmeno il matrimonio, nel 1912, con quello che sarà il grande amore della sua vita, Leonard Woolf, riuscì a darle la pace che tanto agognava.
Una mente geniale iniziava così la sua strenua lotta contro la follia. Sentiva voci, voci maschili che la deridevano e la umiliavano. Perdeva il controllo e la cognizione del tempo. Compiva atti violenti contro le persone che amava. E tremava nel buio di una stanza in compagnia della sua solitudine. “Ho la sensazione di impazzire. Non posso più andare avanti in questi tempi terribili. Non devo guarire questa volta. Ascolto delle voci e non posso concentrarmi sul mio lavoro. Ho combattuto contro ciò ma non posso combattere più”. Solo quel foglio bianco e il nero inchiostro facevano filtrare un raggio di luce in quella profonda oscurità. Una spirale di fumo usciva dalla sua sigaretta, la penna fra le sua mani fremeva di impazienza, e poi le parole scorrevano. “Non c’è cancello, nessuna serratura, nessun bullone che potete regolare sulla libertà della mia mente”.
Per Virginia Woolf i libri erano dei figli e scrivere era la cosa più importante in assoluto. I personaggi delle sue storie prendevano vita dall’inchiostro, popolavano le sue giornate e i suoi tormenti interiori; viveva le storie, prima ancora di scriverle; e scriveva e riscriveva continuamente i suoi romanzi fino all’esaurimento nervoso che la portò al suicidio. Furono proprio quelle crisi, quelle sofferenze d'animo, che fecero di lei una delle più grandi scrittrici del Novecento.
L'ARTE HA UN PREZZO, forse. LA FOLLIA fu compagna e preziosa confidente nella vita di questa artista.
Il 28 marzo 1941 Virginia Woolf, afflitta da tempo da depressione e allucinazioni, si riempì le tasche di sassi e si lasciò annegare nel fiume Ouse.
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